mercoledì 4 febbraio 2009

Piano con i Paragoni con la Settimana Corta Tedesca


Mettiamoci l’anima in pace: siamo i meno pagati d’Europa. E anche per il 2008 il salario degli italiani è destinato a crescere poco o nulla. Stando alle elaborazioni della Mercer, società leader globale della consulenza nelle risorse umane e nell’investment consulting, l’Italia ha gli stipendi più bassi fra i principali paesi Ue. Perfino la Spagna, fino a qualche anno fa indietro nella classifica europea, ora ci batte. E la differenza fra le retribuzioni medie delle quattro categorie di lavoratori prese in esame dall’indagine (operaio, impiegato, quadro e manager) può arrivare a pesare fino a 15 mila euro netti in meno.
Qualche esempio? Il salario lordo di un operaio di livello base, ovvero non specializzato, in Italia è mediamente di 14.018 euro all’anno: 8.068 euro meno di quanto percepisce un collega di pari grado in Germania.
E stiamo parlando di retribuzione fissa, senza benefit previsti o variabili. Se si prende a riferimento il netto a parità di potere d’acquisto, cioè il reddito realmente disponibile una volta eliminate le tasse e uniformato il costo della vita, la differenza sfiora i 7.500 euro. Situazione analoga per l’impiegato: la paga lorda o netta, una media calcolata su tutti i settori industriali, relega l’Italia in fondo a tutti.
Le cose cambiano (ma solo in apparenza) quando si passa alle categorie più alte. Un quadro, per esempio, in Italia costa più che in Francia: oltre 64 mila euro lordi all’anno contro poco più di 61 mila (media fra le retribuzioni più basse dei giovani e le più alte di chi ha maggiore anzianità professionale). Va ancora meglio alle posizioni dirigenziali: capi d’azienda, direttori e amministratori delegati sono più pagati in Italia che altrove. Un italiano arriva a prendere 30 mila euro lordi all’anno in più di un francese. Peccato che tasse e costo della vita rosicchino questo vantaggio fino ad azzerarlo: alla fine anche quadri e manager italiani hanno in tasca meno reddito disponibile di tutti gli altri.
“Le retribuzioni nette indicano che, a parità di posizione e fisco, il lavoratore italiano è più povero degli altri” riassume Elena Oriani, principal della Mercer Italia. “Ma mentre sulle posizioni più alte incide in modo significativo il peso delle tasse, quelle basse sono penalizzate piuttosto dal carovita”.
D’altronde una recente indagine dell’Eurostat, su un paniere di 500 prodotti alimentari, ha certificato che l’Italia ha i prezzi più alti dopo la Gran Bretagna. Milano e Roma appaiono fra le città più care al mondo nelle ultime classifiche mondiali della Ubs e della stessa Mercer. Anche se in Italia ci sono sensibili differenze di prezzo fra grandi centri urbani e provincia (vedere la tabella a fianco) che incidono non poco sul potere d’acquisto.
Poi c’è la “ciliegina” dei servizi. “Dubito che il costo della vita sia il vero responsabile della bassa crescita dei nostri salari” commenta Tommaso Monacelli, docente presso l’Igier-Bocconi. “Ma è vero che l’Italia ha pesanti sacche di inefficienza e molti servizi, come quello bancario e l’accesso al credito, restano troppo cari”.
A conti fatti, un operaio spagnolo vede lievitare i suoi 2.627 euro netti all’anno in più rispetto all’operaio italiano a 3.772, tenendo conto della differenza del potere d’acquisto, cioè grazie ai prezzi più bassi della Penisola Iberica.
Inoltre, negli ultimi anni si è assistito all’aumento del divario fra livelli retributivi alti e bassi. “In Europa si è verificato un raffreddamento dei salari per le posizioni più basse perché le pretese sono state spesso calmierate dal timore della delocalizzazione delle imprese verso paesi più economici” continua Oriani. “Al contrario le retribuzioni manageriali, almeno sul lordo, tendono ad avvicinarsi per effetto della globalizzazione che ha portato maggiore omogeneità sulle figure più richieste dal mercato”.
Uno sguardo più lontano nel tempo conferma la lentezza italiana. Secondo i calcoli Ires-Cgil, su dati Ocse, fra il 1998 e il 2006 le retribuzioni lorde reali al netto dell’inflazione sono cresciute meno in Italia: appena il 2,6 per cento contro il 5 per cento della Germania e addirittura il 16-18 di Gran Bretagna e Francia.
“In Italia i salari hanno perso terreno per due ragioni: scarsa redistribuzione della ricchezza delle imprese verso il lavoro e produttività più bassa” sintetizza il presidente dell’Istituto di ricerche economiche e sociali, Agostino Megale. “Frutto anche di un peso eccessivo nel nostro sistema delle piccole imprese, parte delle quali è stata incapace di investire in ricerca e innovazione tecnologica a differenza di quanto hanno fatto le inglesi”.
E per il 2008? Le proiezioni della Mercer indicano che a livello globale gli stipendi saliranno in media del 6 per cento. Ma, scremata dall’inflazione, la crescita si arresterà all’1,9. In Europa occidentale l’aumento retributivo reale più robusto è previsto in Irlanda. In Italia, invece, l’aumento al netto dell’inflazione sarà di appena l’1,2 per cento. Come dire: se volete guadagnare di più, forse è il caso di preparare la valigia per Dublino.

Fonte: http://blog.panorama.it/economia/2008/01/02/italiani-i-peggio-pagati-deuropa/

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