venerdì 6 febbraio 2009

In Francia addio alle 35 ore


PARIGI - L' Assemblee Nationale di Parigi ha approvato, senza grandi resistenze, il progetto di legge sulla riforma dell' orario di lavoro. Pur non abolendo formalmente la durata settimanale del lavoro, che resta di 35 ore, la riforma permette a ciascuna azienda di poter derogare alla norma, garantendo, in particolare, la possibilità di aumentare il ricorso agli straordinari.

mercoledì 4 febbraio 2009

Piano con i Paragoni con la Settimana Corta Tedesca


Mettiamoci l’anima in pace: siamo i meno pagati d’Europa. E anche per il 2008 il salario degli italiani è destinato a crescere poco o nulla. Stando alle elaborazioni della Mercer, società leader globale della consulenza nelle risorse umane e nell’investment consulting, l’Italia ha gli stipendi più bassi fra i principali paesi Ue. Perfino la Spagna, fino a qualche anno fa indietro nella classifica europea, ora ci batte. E la differenza fra le retribuzioni medie delle quattro categorie di lavoratori prese in esame dall’indagine (operaio, impiegato, quadro e manager) può arrivare a pesare fino a 15 mila euro netti in meno.
Qualche esempio? Il salario lordo di un operaio di livello base, ovvero non specializzato, in Italia è mediamente di 14.018 euro all’anno: 8.068 euro meno di quanto percepisce un collega di pari grado in Germania.
E stiamo parlando di retribuzione fissa, senza benefit previsti o variabili. Se si prende a riferimento il netto a parità di potere d’acquisto, cioè il reddito realmente disponibile una volta eliminate le tasse e uniformato il costo della vita, la differenza sfiora i 7.500 euro. Situazione analoga per l’impiegato: la paga lorda o netta, una media calcolata su tutti i settori industriali, relega l’Italia in fondo a tutti.
Le cose cambiano (ma solo in apparenza) quando si passa alle categorie più alte. Un quadro, per esempio, in Italia costa più che in Francia: oltre 64 mila euro lordi all’anno contro poco più di 61 mila (media fra le retribuzioni più basse dei giovani e le più alte di chi ha maggiore anzianità professionale). Va ancora meglio alle posizioni dirigenziali: capi d’azienda, direttori e amministratori delegati sono più pagati in Italia che altrove. Un italiano arriva a prendere 30 mila euro lordi all’anno in più di un francese. Peccato che tasse e costo della vita rosicchino questo vantaggio fino ad azzerarlo: alla fine anche quadri e manager italiani hanno in tasca meno reddito disponibile di tutti gli altri.
“Le retribuzioni nette indicano che, a parità di posizione e fisco, il lavoratore italiano è più povero degli altri” riassume Elena Oriani, principal della Mercer Italia. “Ma mentre sulle posizioni più alte incide in modo significativo il peso delle tasse, quelle basse sono penalizzate piuttosto dal carovita”.
D’altronde una recente indagine dell’Eurostat, su un paniere di 500 prodotti alimentari, ha certificato che l’Italia ha i prezzi più alti dopo la Gran Bretagna. Milano e Roma appaiono fra le città più care al mondo nelle ultime classifiche mondiali della Ubs e della stessa Mercer. Anche se in Italia ci sono sensibili differenze di prezzo fra grandi centri urbani e provincia (vedere la tabella a fianco) che incidono non poco sul potere d’acquisto.
Poi c’è la “ciliegina” dei servizi. “Dubito che il costo della vita sia il vero responsabile della bassa crescita dei nostri salari” commenta Tommaso Monacelli, docente presso l’Igier-Bocconi. “Ma è vero che l’Italia ha pesanti sacche di inefficienza e molti servizi, come quello bancario e l’accesso al credito, restano troppo cari”.
A conti fatti, un operaio spagnolo vede lievitare i suoi 2.627 euro netti all’anno in più rispetto all’operaio italiano a 3.772, tenendo conto della differenza del potere d’acquisto, cioè grazie ai prezzi più bassi della Penisola Iberica.
Inoltre, negli ultimi anni si è assistito all’aumento del divario fra livelli retributivi alti e bassi. “In Europa si è verificato un raffreddamento dei salari per le posizioni più basse perché le pretese sono state spesso calmierate dal timore della delocalizzazione delle imprese verso paesi più economici” continua Oriani. “Al contrario le retribuzioni manageriali, almeno sul lordo, tendono ad avvicinarsi per effetto della globalizzazione che ha portato maggiore omogeneità sulle figure più richieste dal mercato”.
Uno sguardo più lontano nel tempo conferma la lentezza italiana. Secondo i calcoli Ires-Cgil, su dati Ocse, fra il 1998 e il 2006 le retribuzioni lorde reali al netto dell’inflazione sono cresciute meno in Italia: appena il 2,6 per cento contro il 5 per cento della Germania e addirittura il 16-18 di Gran Bretagna e Francia.
“In Italia i salari hanno perso terreno per due ragioni: scarsa redistribuzione della ricchezza delle imprese verso il lavoro e produttività più bassa” sintetizza il presidente dell’Istituto di ricerche economiche e sociali, Agostino Megale. “Frutto anche di un peso eccessivo nel nostro sistema delle piccole imprese, parte delle quali è stata incapace di investire in ricerca e innovazione tecnologica a differenza di quanto hanno fatto le inglesi”.
E per il 2008? Le proiezioni della Mercer indicano che a livello globale gli stipendi saliranno in media del 6 per cento. Ma, scremata dall’inflazione, la crescita si arresterà all’1,9. In Europa occidentale l’aumento retributivo reale più robusto è previsto in Irlanda. In Italia, invece, l’aumento al netto dell’inflazione sarà di appena l’1,2 per cento. Come dire: se volete guadagnare di più, forse è il caso di preparare la valigia per Dublino.

Fonte: http://blog.panorama.it/economia/2008/01/02/italiani-i-peggio-pagati-deuropa/

martedì 3 febbraio 2009


Donne in pensione a 65 anni, Pd e Uilm aprono a Brunetta

Dopo l'apertura del Pd alla proposta di Brunetta di equiparare l'età pensionabile delle donne a quella degli uomini, è la volta del segretario generale della Uilm (Unione Italiana dei Lavoratori Metalmeccanici) Antonino Regazzi: «Ha ragione il ministro Renato Brunetta: è indispensabile equiparare l'età pensionabile tra uomini e donne». A patto però che «alle donne venga riconosciuto un periodo di maternità più esteso rispetto a quello attuale, almeno di 24 mesi. Se così fosse si registrerebbe un notevole calo delle spese sostenute per gli asili nido». Secondo Regazzi, «la situazione dell'accesso delle donne al mercato del lavoro è penosa». Riferendosi poi al ministro della Funzione Pubblica, il segretario generale della Uilm ha aggiunto: «Brunetta, però dovrebbe evitare di mettere troppa carne sul fuoco, perchè come sempre succede una parte si brucia, o viene poco cotta. Mi spiego meglio - ha aggiunto Regazzi - il governo dovrebbe concentrarsi su poche tematiche e portarle a termine così come le presenta, senza passi indietro». «In questo momento al sindacato interessano due scelte politiche, in particolare: la riforma del sistema contrattuale e la modifica del dl anticrisi. Proprio quest'ultimo va cambiato al momento della sua conversione in legge, perchè così com'è, è insufficiente», ha concluso.Dal Pd «apertura condizionata» Il Pd sosterrá la proposta di equiparare l'etá pensionabile delle donne solo se il governo sarà pronto a sostenere il ddl sull'occupazione femminile del partito democratico. A lanciare la sfida, «o una proposta di alleanza», è Vittoria Franco, ministro ombra delle Pari Opportunitá del Pd in una lettera aperta al ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che nei giorni scorsi aveva lanciato la proposta dell'aumento dell'età pensionabile a 65 anni per le donne. «Noi del PD sosteniamo le sue proposte sulla equiparazione dell'etá pensionabile e Lei sostiene il nostro progetto che prevede misure per promuovere l'occupazione femminile e favorire la conciliazione fra lavoro, maternitá e carriera. Perchè è proprio qui il problema. Nella maternitá che è ancora un ostacolo all'accesso al mercato del lavoro, alla carriera e alla realizzazione delle donne in un lavoro gratificante», scrive Franco ricordando al ministro il ddl depositato dal Pd in Senato. «Le donne oggi sono più istruite, ma più povere e più precarie degli uomini. Per le donne laureate il differenziale salariale può arrivare anche al 25% in meno. Il livello di occupazione femminile al Sud è intorno al 31%. Ma quelle stesse donne inattive rinunciano anche a fare figli perchè il futuro della coppia e della famiglia è più incerto. Lei sa bene che gli asili nido coprono poco più del 10% della popolazione infantile e che al Sud non arrivano al 2%», aggiunge sottolineando come il ministro Tremonti finora non abbia previsto «un euro nè per promuovere politiche attive del lavoro femminile nè per proseguire nel piano per gli asili nido avviato da Prodi. E non può bastare l'investimento dei risparmi realizzati con l'equiparazione dell'etá pensionabile». «Ci dia qualche segnale che ci consenta di avere fiducia e per non pensare che questo Governo voglia di nuovo intrappolare le donne in una ulteriore discriminazione: più povere, più oberate di cura e pure in pensione più tardi degli uomini», conclude.


dal sole 24 ore

lunedì 2 febbraio 2009

Questo mese parliamo di .....


LAVORARE MENO PUR DI LAVORARE TUTTI

"Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti". E' lo slogan con cui Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, sintetizza il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. L'idea, che riprende quella della settimana corta tedesca, è di "spalmare un minor carico di lavoro su più persone". Si tratta, spiega Sacconi, di una cassa integrazione a rotazione.

domenica 1 febbraio 2009

Pro nucleare 16 a 3 contro il nucleare





La vittoria del razionale contro l'irrazionale dell'emotività.
Grazie a tutti.