sabato 24 gennaio 2009

Nucleare: quarta generazione vs chiacchere e utopie


Nucleare, la sfida della quarta generazione

La prospettiva che sembrerebbe mettere d’accordo un po’ tutti sul possibile uso dell’energia nucleare a fini civili si chiama «Quarta generazione». Le due parole sono evocate con piacere tanto a destra quanto a sinistra (escludendo ovviamente le ali estreme), perché le promesse del futuro reattore sarebbero seducenti sia dal punto di vista della sicurezza tecnologica che da quello estremamente critico delle scorie; i due nodi fondamentali da sciogliere per garantire un tranquillo e accettabile impiego della discussa fonte energetica. Ma che cosa significa «Quarta generazione»?

I reattori a fissione finora installati nelle centrali nucleari sono di seconda generazione. Adesso in Francia e in Finlandia si stanno costruendo i primi due della Terza generazione avanzata noti con la sigla EPR (Enhanced Pressurized Reactor) su progetto dalla società francese Areva e tedesca Siemens. Un altro di questa famiglia è l’AP1000 di Westinghouse: quattro del genere sono in cantiere in Cina. Tali reattori (raffreddati ad acqua) sono, in pratica, la versione migliorata rispetto alla seconda e terza generazione in termini di sicurezza e riduzione dei costi, rafforzando il concetto della sicurezza intrinseca e passiva.

Il vero balzo e il distacco dal passato si ha invece con la Quarta generazione per i seguenti motivi. Innanzitutto perché si abbandona il ricorso all’Uranio-235 come combustibile, ridotto nelle disponibilità, per utilizzare l’Uranio-238, che in natura è più diffuso (99,28 per cento contro lo 0,71 per cento). In realtà dall’Uranio-238 si ricava il plutonio che è il vero combustibile bruciato. Quando il reattore è in attività, i prodotti di fissione sono riciclati al suo interno tranne gli elementi transuranici, i più cattivi. Questi, sempre nel chiuso dello stesso reattore, sono allora bombardati con neutroni ad alta energia e, dopo appena qualche giorno, perdono così buona parte dello loro vita radioattiva, che viene ridotta a soli 300 anni. Cosa importante perché non servono più i depositi per garantire lo stoccaggio per migliaia e migliaia di anni, come avviene con le scorie attuali. Lo ha dimostrato il progetto di ricerca francese Atalante.

Da qualche anno, ormai, si lavora a livello di ricerca sia al Department of Energy americano sia in Europa. Anzi, già negli anni Settanta del secolo scorso si costruiva a Creys-Malville, in Francia, il reattore veloce Superphénix da 1.200 Megawatt appartenente alla Quarta generazione al fine di sperimentare le tecnologie necessarie a una futura produzione commerciale. Il programma si dimostrò utile ma incontrò problemi nello sviluppo e nei costi, mentre la presenza del plutonio sollevò discussioni sulla possibilità di un uso improprio a fini militari. Di conseguenza, la centrale nel 1996 cessò di funzionare e venne smantellata.

Ora sul tavolo degli ingegneri ci sono sei diversi tipi di reattori di Quarta generazione. Tre progetti fanno ricorso all’Uranio-235, e quindi sono giudicati senza futuro perché avrebbero disponibilità naturali limitate. Gli altri tre, che impiegano Uranio-238, si distinguono perché sono refrigerati rispettivamente con il sodio, a gas e con il piombo. Tutti hanno i loro meriti e qualche difetto.

Il primo perché riprende le esperienze accumulate con il SuperPhénix. Il sodio diventa liquido a 70 gradi ed è capace di asportare una grande quantità di calore. Il secondo è interessante perché il gas ad alta temperatura poterebbe essere utilizzato anche per ricavare idrogeno dall’acqua senza spendere energia per scindere la molecola, aprendo quindi la strada anche all’impiego di un’altra risorsa. Il terzo, infine, è giudicato efficace perché il piombo (che fonde a 327 gradi) garantisce un effetto di schermatura dalle radiazioni. Ha però un difetto: pesa molto e, di conseguenza, può generare dei problemi nella struttura della centrale nel caso di scosse sismiche.

Riepilogando, la prospettiva oggi più gettonata sembra essere quella legata al sodio, tanto che i francesi di Areva sostengono che in dieci anni si potrebbe arrivare alla costruzione di un prototipo commerciale.

E gli italiani che conoscenze hanno in materia? Non trascurabili, perché sia l’Ansaldo che l’Enea partecipavano al progetto Superphénix. Anzi, il ritiro dell’Enel dal programma in cui aveva il 33 per cento, accelerò la sua interruzione. Ora, tra una ventina di Paesi tra cui Francia, Giappone e Stati Uniti si è creato il GIF (Generation IV International Forum), impegnato sui tre progetti più interessanti, mentre l’organizzazione europea Euratom (dove non c’è la Francia), contrariata dall’alleanza, è costretta a investire su altri progetti meno promettenti. Nell’ambito dell’Euratom noi partecipiamo alle ricerche attraverso l’Enea e Ansaldo Nucleare. Dunque, non siamo completamente sprovveduti su questa frontiera, sia per gli aspetti industriali che per quelli strettamente scientifici. Tuttavia, per essere davvero protagonisti, occorrerebbe una decisione politica (e un sostegno specifico) che non è ancora emerso. Il tempo, intanto, scorre e le necessità energetiche si fanno sempre più serie o, meglio, drammatiche.

Fonte: http://www.corriere.it/economia/speciali/2008/energia/nucleare-quarta-generazione

lunedì 19 gennaio 2009


Il bluff nucleare



Non conviene sul piano economico e su quello ecologico. A pagare alla fine sono i consumatori

L'impianto di Creys Malville, in FranciaSilvio Berlusconi è a conoscenza di qualcosa che il suo collega miliardario Warren Buffet non sa? Non appena è stato rieletto premier, a maggio scorso, i suoi consiglieri hanno annunciato di voler riportare il nucleare in Italia. Citando l'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio, Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico, ha dichiarato il governo vuole costruire cinque centrali nucleari nei prossimi cinque anni.Nel frattempo, Buffet rifiutava l'opzione del nucleare per gli Stati Uniti. "Da un punto di vista economico non ha senso", ha dichiarato il leggendario investitore i cui decenni di favolosi successi e profitti azionari lo hanno reso un vero dio agli occhi di innumerevoli investitori fai-da-te, per non menzionare il partner informale co-fondatore di Microsoft, Bill Gates. Nel 2007, una delle società di Buffet ha speso ben 13 milioni di dollari per cercare di capire se acquistare o meno una centrale nucleare nell'Idaho. L'idea fu abbandonata dopo che le ricerche e gli studi effettuati indicarono che il nucleare non poteva produrre elettricità 'a prezzi ragionevoli'. "Il fatto che uno come Buffet la faccia finita con un potenziale investimento, dopo aver speso ben 13 milioni di dollari solo per analizzare e prendere in considerazione un affare, dovrebbe far esitare chiunque e rendere tutti indecisi", ha commentato Joe Romm, ex assistente segretario del dipartimento americano per l'Energia.Buffet non è affatto un'anomalia. Wall Street, e investitori privati di tutto il mondo, hanno voltato le spalle all'energia nucleare oltre vent'anni fa e non sono mai tornati sui loro passi. Il loro ragionamento è semplice: la costruzione di centrali nucleari è cosa molto onerosa, sia da un punto di vista dei costi che dei rischi, e l'esperienza dimostra che si sono sempre verificati
ritardi e sforamenti multi-miliardari, sforamenti che possono causare la bancarotta di una società qualora questi non vengano poi trasferiti sui consumatori. A prima vista, il nucleare appare come una risposta sensata alla doppia sfida del cambiamento climatico e del vertiginoso aumento dei prezzi dell'energia, ormai salita alle stelle. Ma l'economia povera del nucleare è in realtà una farsa. Adottare energia nucleare significherà di fatto un peggioramento sia dei cambiamenti climatici che della sicurezza energetica. L'energia nucleare "è così improduttiva che non c'è nemmeno bisogno di discutere se sia pulita e sicura", scrive Amory Lovins, co-fondatore del Rocky Mountain Institute in Colorado e consigliere di governi e società per azioni in vari paesi del mondo. L'efficienza energetica, l'energia eolica e la co-generazione (quest'ultima viene spesso definita in Europa 'combinazione di calore ed energia') costano circa un terzo meno per kilowatt ore rispetto al nucleare. Visto che lampadine e motori più efficienti possono essere installati nel giro di poche settimane, e turbine eoliche e di co-generazione possono essere messe in linea nel giro di un paio di anni, esistono vantaggi insiti rispetto alle centrali nucleari le quali invece notoriamente impiegano decenni per essere completate. Secondo quanto riferito da Lovins, per ogni dollaro investito, a livello di efficienza, altre fonti verdi di elettricità fruttano da 1,4 a 11 volte di più in termini di riduzione di emissioni di CO2 rispetto al nucleare.Tuttavia il mito dell'energia nucleare è duro a morire e Berlusconi non è il solo politico a caldeggiare tale ipotesi di revival. John McCain, il candidato repubblicano alle presidenziali Usa, intende costruire 45 nuove centrali entro il 2020. Leader politici in Russia, Francia, Gran Bretagna e altri paesi si dicono fautori di un revival nucleare. Tali sostenitori dovrebbero prendere in esame le notizie che arrivano dalla Finlandia. I comunicati stampa dell'industria nucleare lodano la centrale Olkiluoto-3, attualmente in costruzione, come esempio e prova del fatto che l'Europa sta nuovamente adottando l'energia nucleare. In realtà, i lavori della centrale sono indietro di circa due anni rispetto alle stime iniziali, con il 50 per cento dei costi in più rispetto al budget previsto che si tradurrà in 3 miliardi di euro di costi extra per i consumatori.
Il piccolo sporco segreto del nucleare è che esso sopravvive come risorsa energetica fattibile per via delle massicce sovvenzioni pubbliche di cui gode. Nessuna delle 439 centrali nucleari al momento operative nel mondo è stata costruita senza convenzioni e, considerato lo scettiscismo ben fondato degli investitori, nessuna centrale lo sarà mai. Se Berlusconi crede davvero nel nucleare e ritiene che tale scelta energetica possa avere un senso per l'Italia, che investa i suoi di soldi prima di chiedere all'opinione pubblica italiana di correre un rischio di cui certamente si pentirebbe.
fonte: l'Espresso

venerdì 16 gennaio 2009

Le scorie? Il punto forte dell'industria nucleare


Le scorie? Il punto forte dell'industria nucleare

di Emmanuel Grenier, redattore di Fusion

Da qualche anno la questione del destino delle scorie delle centrali nucleari sembra essere diventata la questione condizionante il futuro del settore. Alcuni corrono freneticamente tra la gente, gridando "le scorie, le scorie, pericolo!"; altri assumono un atteggiamento ispirato, alzano gli occhi al cielo e sospirano: "sì, il nucleare è un bene, ma che ne è dei rifiuti?". La maggioranza di questa gente è radicalmente ignorante e si lascia trasportare dalla corrente dell'opinione più in voga. Alcuni sono palesemente in cattiva fede, presi dalla loro passione antinucleare. Altri ancora, competenti ma interessati, si compiacciono di sottolineare l'importanza e la difficoltà del problema, sperando di ottenere un finanziamento adeguato ai loro studi. Pochissimi hanno invece il coraggio di dire che si tratta di un problema già risolvibile dal punto di vista tecnico, e che la sola vera questione degna di nota è il grado di accettazione nei centri di deposito sotterraneo da parte della società.

Che fare dei rifiuti, dunque? A questa domanda, leggiamo che cosa risponde la rete "Sortir du Nucléaire" (uscire dal nucleare): "Le scorie nucleari sono per [loro] natura INGESTIBILI. Non esiste alcuna soluzione affidabile e accettabile per proteggersi dal pericolo che esse rappresentano. I metodi esistenti non sono che soluzioni di ripiego, peggiorative. La misura che s'impone sulla scala delle priorità è l'arresto della loro produzione." Ecco riassunte con poche parole le principali menzogne degli antinucleari, con il fanatismo che li caratterizza e che ha già fatto un morto, in Francia, l'anno scorso. Convinto di agire per il bene dell'umanità, Sébastien Briat il 7 novembre 2004 si legò ai binari del treno, per manifestare la sua opposizione al passaggio di un convoglio carico di rifiuti del processo di ritrattamento del combustibile nucleare, diretto in Germania. In seguito ad uno sfortunato concorso di circostanze, fu avvertito troppo tardi e non poté liberarsi per tempo, morendo travolto all'età di ventidue anni. Anziché affrontare le loro responsabilità nell'accaduto, gli organizzatori della protesta hanno, in maniera piuttosto ignobile, tentato di strumentalizzarne la morte. L'Est Républicain riprese in un titolo la dichiarazione di un militante antinucleare arrestato nel corso di operazioni parallele: "E' il nucleare che l'ha ucciso". Lo stesso giorno del decesso del giovane, i Verdi si dichiararono "profondamente sconvolti", reclamando l'organizzazione di un "vero dibattito democratico" sulla filiera nucleare e "interpellarono la COGEMA affinché cessasse immediatamente il trasporto delle scorie nucleari". Ricordiamo che i Verdi militano sin dalla loro nascita per la depenalizzazione del cannabis, un potente cancerogeno che colpisce anche il sistema riproduttivo. La loro responsabilità è dunque tale per due motivi: la diffusione del loro fanatismo ha condotto un giovane di ventidue anni ad esporsi ad un rischio insensato; la loro propaganda tendente a legittimare il consumo di cannabis ha condotto il gruppo dei giovani intorno a Sébastien a farne uso prima di entrare in azione, cosa che li ha privati della necessaria lucidità.

Ma ritorniamo ai nostri rifiuti "per natura ingestibili". E' una menzogna! Per lunghissimo tempo, la natura stessa ha saputo trattare dei rifiuti nucleari, quelli generati nelle centrali nucleari naturali di Oklo, nel Gabon. Sì, si tratta di una fatto poco noto: sono esistite sul nostro pianeta, ben prima della nascita dell'uomo, delle centrali nucleari naturali! Intorno a due miliardi di anni fa, ad Oklo ben sedici reattori naturali hanno funzionato per circa cento milioni di anni, producendo circa quattro tonnellate di plutonio e dieci tonnellate di prodotti di fissione radioattivi. Lo studio della dispersione di questi prodotti di fissione in quel sito naturale, ne mostra la forte limitazione, in assenza di qualunque misura di precauzione. Da questo studio, si ricavano dei dati fondamentali per descrivere le dispersioni che potrebbero aver luogo in un deposito creato dall'uomo. Il rischio di dispersioni impreviste è quasi nullo, se il sito è scelto oculatamente. In altre parole, se la natura ha saputo gestire le scorie ad altra radioattività da lei prodotte, perché l'uomo non potrebbe fare altrettanto? Con la scienza e la tecnologia, egli ha già superato la natura, in numerosi campi (alloggio, nutrimento, speranza di vita, trasporti, ecc.). Negli ultimi cento anni abbiamo costruito il calcolatore elettronico, la "rivoluzione verde", il viaggio spaziale e mille altre cose capaci di rivoluzionare la nostra esistenza. Possiamo immaginare seriamente che un tale processo creativo debba cessare brutalmente? Ciò potrebbe accadere se gli ecologisti giungessero a conquistare il potere e ad imporre una dittatura interdicente il progresso!

Francis Sorin, della Società Francese dell'Energia Nucleare, spiega che si sa benissimo che cosa fare dei rifiuti nucleari: "si tritano, si trattano, si condizionano, si trasportano, si pongono in fusti, si depositano seguendo le procedure e i metodi codificati precisamente, messi in opera sotto il controllo delle autorità pubbliche. Dai prodotti di fissione meno contaminati fino a quelli più virulenti, tutti i tipi di rifiuto nucleare hanno un percorso e un punto d'arrivo definiti. Le scorie a vita breve, che costituiscono il 90% del totale, sono depositati in superficie in due centri gestiti dall'ANDRA, creati nella Manche e nell'Aube. Le scorie a vita lunga sono trattati e depositati nei siti di produzione, nelle centrali nucleari o nelle industrie di ritrattamento dei combustibili di la Hague e di Marcoule, in strutture superficiali gestite con criteri speciali, oppure in pozzi coperti da colate di cemento. Questo modo di gestione funziona in Francia da un quarto di secolo senza che alcun rifiuto, isolato dalla biosfera con dei contenitori impermeabili, abbia mai causato dei problemi significativi alla salute degli individui o all'ambiente."

Per quanto riguarda il "pericolo che esse rappresentano", è interessante un paragone: a livello mondiale, l'elettricità è prodotta per una quota superiore al 50% da centrali a carbone. Secondo l'organizzazione "Sauvons le climat" (salviamo il clima), "una centrale che produce 1000 MW elettrici consuma ogni anno circa quattro milioni di tonnellate di carbone. Essa produce circa trecentomila tonnellate di ceneri che contengono quattrocento tonnellate di metalli pesanti tossici, delle quali cinque tonnellate sono di uranio e tredici di torio. Notiamo che questi radioelementi non sono gestiti [..] al pari di quelli prodotti durante il ciclo [di una centrale] nucleare. La centrale a carbone, inoltre, emette ogni anno dieci milioni di tonnellate di gas carbonici (CO, CO2) nell'atmosfera." Siamo ancora in attesa di una mobilitazione ecologista contro le scorie delle centrali a carbone.

Ugualmente interessante è il paragone tra il volume dei rifiuti nucleari e quello degli altri rifiuti industriali tossici. Nel 1998, nell'Unione Europea, il volume delle scorie nucleari ad alta radioattività (HAVL) era di 150 m3 (cioè un cubo di 5,3 m di lato) e il volume comprendente anche le scorie nucleari a bassa attività era di 80000 m3 (cioè un cubo di meno di 45 m di lato); il volume dei rifiuti industriali tossici era invece di dieci milioni di meri cubi (cioè un cubo di 215 m di lato) e quello di tutti i rifiuti industriali era pari a un miliardo di metri cubi (cioè un cubo di 1 km di lato).

La gestione dei rifiuti industriali tossici e quella dei rifiuti nucleari, a corto o a lungo termine, sono difficilmente comparabili; tuttavia, possiamo riscontrare gravi casi di intossicazione da piombo o da mercurio, anche nei Paesi sviluppati, mentre negli stessi Paesi non sono mai stati riscontrati casi di esposizione ai raggi che abbiano portato a conseguenze significative per la popolazione, durante la gestione dei combustibili usati o dei rifiuti del ritrattamento.

Quale industria può vantare una gestione dei rifiuti paragonabile per bontà a quella dell'energia nucleare? I rifiuti tossici derivati dalla produzione del computer che sto usando per scrivere questo articolo e quelli derivanti dalla stampa di quest'ultimo, o quelli dell'industria meccanica e chimica, e di qualunque altro settore industriale, restano tali in eterno. Essi sono posti nelle discariche di classe 1, ma nessuno può presentare garanzie in merito al loro destino nei prossimi 300 anni, data nella quale presenteranno ancora la stessa pericolosità, se non di più a causa del deterioramento dei fusti che ora li contengono.

All'opposto, più i rifiuti nucleari permangono nel tempo, e meno sono pericolosi.

Contrariamente ai rifiuti chimici come l'arsenico, il piombo, il cadmio, la cui durata di vita è indefinita (infinita), i rifiuti nucleari hanno il buon gusto di ridurre la loro attività nel tempo (cioè, dal punto di vista della ragione che li rende pericolosi, spariscono nel tempo), anche se per alcuni di questi occorre il passaggio di lunghissimi periodi di tempo. Si deve fare un'altra osservazione, generalmente passata sotto silenzio: più è lungo il tempo di decadimento e meno pericoloso è il rifiuto! Per esempio lo iodio 129, che ha una vita di quindici milioni di anni, è un 1,5 miliardi di volte meno pericoloso dello iodio 131, responsabile dei cancri alla tiroide nel disastro di Chernobyl, la cui attività si riduce nel corso di qualche settimana (tempo di dimezzamento pari a 8 giorni). La maggioranza dei nostri cittadini sono persuasi, invece, dell'identità dei due isotopi dello iodio!

Per tutto il tempo in cui restano confinati sotto terra, in un sito appropriato (opportunamente scelto con criteri e conoscenze geologiche), i rifiuti nucleari non presentano alcun pericolo per il pubblico. L'unico eventuale pericolo per il futuro può essere rappresentato dalla contaminazione delle acque superficiali da parte della frazione costituita di radioelementi a vita lunga. Tuttavia, affinché una tale contaminazione abbia luogo, è necessario che si presentino le seguenti tre condizioni improbabili:
- i contenitori delle scorie siano danneggiati da una corrosione a mezzo dell'acqua, un processo che conosce tempi tipicamente intorno ai diecimila anni;
- gli elementi radioattivi siano poi progressivamente dissolti nell'acqua (con tempi, anche qui, lunghissimi: centinaia di migliaia di anni), quindi siano così trasportati fuori dalla nicchia geologica che forma il deposito (altre centinaia di migliaia di anni);
- gli elementi radioattivi, infine, passino nella falda freatica superficiale (processo assai più rapido, in confronto).

Alla fine di queste tre tappe consecutive, i radionuclidi più attivi, il cesio 137, lo stronzio 90 e i principali attinidi (plutonio, americio e curio), sarebbero già scomparsi da tempo!

La regola fondamentale di sicurezza imposta dalle autorità coinvolte nell'individuazione di un sito geologico adeguato, raccomanda che l'aumento dell'esposizione delle popolazioni più prossime, in qualunque momento futuro, non ecceda il decimo della radioattività naturale. Per un deposito ben concepito, tutte le simulazione di ritorno dei radionuclidi in seno alla biosfera mostrano che questo limite non sarebbe mai superato, salvo nel caso di intrusioni volontarie, d'altra parte con conseguenze soltanto per coloro che entrassero ne deposito. Coloro che vivono nei pressi dei siti geologici di deposito e la loro lontana discendenza non rischiano in alcun modo, tranne che le conseguenze per la loro discendenza vicina per eventuali incidenti legati al trasporto dei materiali durante la loro gestione.

Rimane ancora da capire perché questa innocuità del deposito geologico sia largamente messa in dubbio dai media e dal pubblico. Il seguente estratto da Ouest-France del giugno 2005 è rappresentativo: "Oggi, l'agenzia [nazionale dei rifiuti radioattivi] non è in grado di affermare se l'argilla costituisca la scelta migliore. Restano numerose incognite da studiare. Questa roccia che si scava con la dinamite potrà conservare tutte le sua qualità dopo i lavori [di adattamento del sito]? Quale sarà il suo comportamento allorché le scorie molto calde vi saranno conservate? Faglie, sismi, geotermia, debolezza dello strato d'argilla, mancanza di esperienza, irreversibilità del deposito, rischi importanti di contaminazione: ecco le tante domande senza risposta che suscitano molto turbamento presso gli oppositori." Al di là degli errori tecnici (non si scava con la dinamite, naturalmente, ma con la massima cura possibile), il termine importante è: "domande senza risposta". Le risposte esistono, ma sono ugualmente nascoste o sussurrate in modo da non essere udite!

Invece che spiegare con coraggio i fatti elementari sopra elencati, il governo ha deciso di concedere altri dieci anni di ricerca supplementare, prima di affermare una soluzione definitiva al "problema" delle scorie radioattive provenienti dalla centrali nucleari!

"I lavori di ricerca condotti da ANDRA dovranno proseguire oltre il 2006. Se i risultati di queste ricerche saranno confermati e nel caso il Parlamento lo desidererà, la decisione di creare un'installazione (di deposito) potrebbe intervenire nel 2015, per inaugurarne lo sfruttamento nel 2025", spiegava François Loos nel giugno 2005.

Dopo circa tre miliardi di euro spesi, assistiamo allo stanziamento di una decina di miliardi di euro supplementari, senza alcuna necessità. Questo prolungherà certamente la vita dei laboratori incaricati delle ricerche, ma non permetterà in alcun modo di risolvere il problema reale, quello dell'accettazione sociale. E' necessaria una vigorosa campagna di educazione, commisurata alla propaganda incessante degli antinucleari. Per questo fine, sarebbe sufficiente una frazione di quei dieci miliardi.

La produzione dei rifiuti è qualcosa di peculiare di ogni attività umana. Voler sopprimerne la produzione risale dunque all'interdizione delle attività umane in generale; questo significa, in altri termini più crudi, interdire l'esistenza stessa dell'uomo. La soluzione che consistesse nella soppressione della produzione di rifiuti radioattivi, chiudendo definitivamente ogni installazione atomica a soddisfazione degli oppositori del nucleare, sarebbe puramente criminale in vista dello stato tecnologico attuale. Questo ci forzerebbe a ricorrere a processi d produzione energetica più primitivi, incapaci di sostenere i bisogni energetici di una popolazione umana intorno di circa 6,5 miliardi di individui; con la miseria, le carestie, l'aumento massiccio della mortalità, noi ritorneremmo allora ai livelli di popolazione compresi tra uno e due miliardi di individui. Questa diminuzione della popolazione umana globale corrisponde al desiderio degli ecologisti alla [Jacques] Cousteau, che si augurava il ritorno ad un massimo di settecento milioni di persone in tutto. Questo ritorno a processi primitivi di produzione energetica (eolico, solare, fermentazione delle biomasse, combustione di carbone e gas), ironicamente non porterebbe affatto all'eliminazione delle scorie, anzi ad un loro aumento.

Ben prima che gli ecologisti se ne facessero cruccio, l'industria nucleare applicò per prima il principio di precauzione, in quanto pioniera in materia di igiene, di sicurezza e di tutela dell'ambiente. La gestione delle scorie che essa ha istituito, anche se può subire delle migliorie, è per molti versi esemplare. Essa serve quale esempio a molti altri settori industriali meno avanzati.

Scorie nucleari, quel «lavoro sporco» ancora da fare 21 anni dopo


Pubblichiamo uno stralcio del libro «Il prezzo da pagare». In Italia lo smentallamento costa 4,3 miliardi di euro
Come tutti gli impianti produttivi anche le centrali nucleari hanno un ciclo di vita, all'incirca sui quarant'anni, un periodo dopo il quale è necessario pensare alla loro sostituzione, e ai delicati problemi che presenta. A fine 2007 sul pianeta risultavano in esercizio 439 reattori, e di questi 167 si trovavano in Europa. Circa 119 impianti hanno invece già terminato la loro attività, e 78 sono localizzati nel Vecchio continente. Ecco perché il decommissioning è un'attività in piena crescita: secondo la World Nuclear Association, nei prossimi dodici anni si prevede che nel mondo si dovrà gestire lo smantellamento di circa 300 vecchi reattori, più o meno un centinaio ogni quattro anni, e una settantina di essi saranno europei. In Italia, a fine 2006, cioè diciannove anni dopo lo stop referendario, l'attività di effettivo smantellamento aveva interessato solo il 6% delle strutture, mentre la maggior parte delle spese era stata dedicata a mantenere in sicurezza l'esistente (...).

PERCEZIONE - L'opinione pubblica, insomma, non ha la percezione che buona parte del «lavoro sporco» rimanga ancora da fare (...). Nel caso italiano, inoltre, l'operazione diventa un costo secco per il consumatore, perché dovrà essere finanziata ad hoc. La stima più recente per il decommissioning nazionale è di circa 4,3 miliardi di euro, una cifra contenuta nell'ultimo piano industriale della Sogin, quello 2007-11. La data di conclusione delle bonifiche sarebbe il 2024, se fosse operativo il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Ma di qui ad allora andranno sciolti parecchi nodi. Primo fra tutti proprio quello delle scorie, visto che attualmente i rifiuti di seconda e terza categoria ammontano a circa 90 mila metri cubi.

SCORIE - Così distribuiti: 25 mila provengono dalle «vecchie» quattro centrali e dagli impianti di ricerca dove sono stati stoccati. Gli altri 65 mila arriveranno direttamente dall'attività di smantellamento. Tra tutte le scorie, quelle di terza categoria rappresentano il 5% del totale. Ma sono proprio loro a costituire il «nocciolo » del problema. «Terza categoria» significa infatti materiali ad alta attività, che non esistono in natura, come il plutonio, molto tossici e con un periodo di dimezzamento di diverse migliaia di anni (24 mila nel caso specifico). Pur variando dal 3 al 5% del totale, sono tuttavia responsabili del 95% della radioattività che viene emessa (...).

RIPROCESSAMENTO - Nell'aprile del 2007 la Sogin e la francese Areva hanno sottoscritto un contratto per il «riprocessamento» di 235 tonnellate del combustibile nucleare irraggiato ancora presente in Italia e in una domenica d'inverno, il 16 dicembre 2007, i primi vagoni ferroviari con le barre fino a quel momento depositate nell'impianto piacentino di Caorso si sono messi in viaggio per attraversare le Alpi. Per essere completate, le operazioni di trasferimento richiederanno complessivamente circa cinque anni, e dopo il trattamento a Le Hague i residui vetrificati dovranno prendere la direzione opposta per rientrare in Italia entro il 31 dicembre 2025. Il tutto secondo i termini di un'intesa che comporta per la Sogin e il contribuente italiano un esborso superiore a 250 milioni di euro, che comprende il trasporto, il trattamento e il condizionamento del combustibile delle ex centrali di Caorso (190 tonnellate), Trino Vercellese (32 tonnellate) e del Garigliano (13 tonnellate). Qualche anno prima era stato invece già inviato in Galles il combustibile della centrale di Latina, che funzionava con tecnologia britannica, e di parte di quello del Garigliano. Alla richiesta di maggiori dettagli relativi alla presenza a Sellafield di combustibile nucleare italiano – si dovrebbe trattare di 1.452 tonnellate di combustibile Magnox – la risposta ufficiale inglese è che molto di quel materiale è già stato «riprocessato», mentre una sua parte è ancora in attesa di trattamento. Le scorie, si aggiunge, torneranno in Italia in seguito agli accordi contrattuali, ma i particolari sul materiale radioattivo custodito a Sellafield sono considerati confidenziali e non possono essere rivelati.
DEPOSITO - Seguendo il programma in corso d'opera, dal trattamento delle scorie «francesi» e «inglesi» si ricaveranno invece dei rifiuti vetrificati che dovranno essere collocati nel futuro, incognito, deposito nazionale. A individuarne la localizzazione sarà il ministero dello Sviluppo, che dovrà pur sempre tenere conto della posizione delle Regioni. Un gruppo di lavoro misto si è messo al lavoro a marzo 2008, e si è dato sei mesi per individuare il modo di realizzare lo stoccaggio. Il deposito dovrà ospitare non solo i materiali radioattivi di uso medico e industriale, ma anche i rifiuti di seconda categoria, e «temporaneamente » anche quelli di terza categoria. Un eufemismo per dire «a tempo indeterminato», in attesa cioè che gli sviluppi scientifici mondiali consentano di individuare soluzioni adatte (...). Malgrado i propositi di accelerazione rispetto al più recente passato, secondo le stime della Sogin le attività di decontaminazione e smantellamento delle centrali, e di bonifica finale dei siti che ospitano gli impianti, a Trino Vercellese finirebbero completamente entro il 2013. Bosco Marengo (produzione delle barre di combustibili) dovrebbe chiudere entro il 2009. Mentre al 2011 Caorso sarà smantellata al 40%, Saluggia (impianto Eurex di riprocessamento) al 35%, Trisaia (Itrec, riprocessamento) al 30%, Casaccia (laboratorio Opec, impianto plutonio) al 25%, Garigliano al 20% e Latina al 10% (...).

mercoledì 14 gennaio 2009

Energia, il 55% dei giovani dice no al nucleare

FIRENZEIl 55% dei circa 600 giovani europei che hanno partecipato al primo town meeting elettronico continentale considera «irresponsabile» promuovere l’uso dell’energia nucleare. Ma il più convinto «no» all’atomo viene dagli spagnoli (63%) e dai francesi (59%), mentre gli italiani contrari sono esattamente la metà (50%) del campione. È questo uno dei più interessanti responsi uscito dall’iniziativa che si è svolta a Firenze e che ha visto riuniti poco più di 200 giovani toscani tra i 15 e i 35 anni e, collegati via web, altri loro coetanei della Catalogna e del Poitou-Charentes. «Spesso si pensa che l’avversione verso il nucleare - afferma l’assessore toscano alla partecipazione, Agostino Fragai - sia il segno di un certo provincialismo italiano. Emerge invece con una certa chiarezza che chi conosce il nucleare lo vorrebbe evitare ed è più contrario, mentre i nostri ragazzi sostanzialmente non hanno a che fare con le centrali ed è quindi logico che siano meno preoccupati della loro presenza. L’altro dato che esce con evidenza è che 6 giovani su 10 sono favorevoli a consumare meno energia, ridurre bisogni e migliorare l’efficienza energetica e 2 su 3 giudicano l’attuale sistema non sostenibile e non rispettoso delle generazioni future. Mi pare un indice di grande maturità e consapevolezza, di livello davvero europeo».Le altre opinioni espresse dai giovani italiani, francesi e spagnoli hanno riguardato la necessità di sviluppare le energie rinnovabili (con il 40% di favorevoli), sostenere quelle imprese che investono in efficienza e creare leggi per punire gli sprechi energetici (suggerito dal 73%). E alla domanda se l’attuale crisi economica abbia cambiato il loro punto di vista sul riscaldamento globale, il 71% risponde che tutti gli Stati dell’Unione devono essere messi in condizione di raggiungere l’obiettivo europeo per arrivare entro il 2020 a ridurre del 20% consumi ed emissioni in atmosfera e aumentare della stessa percentuale la produzione di energia da fonti rinnovabili.

sabato 10 gennaio 2009

NUCLEARE SI O SI?



L'energia nucleare è una fonte energetica da valutare attentamente sia negli aspetti positivi che negativi. In primo luogo è necessario comprendere il suo funzionamento. Nelle centrali nucleari l'energia scaturisce dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Il nucleo dell'uranio si divide in due nuclei più piccoli tramite un processo detto di 'fissione nucleare' durante il quale si genera energia e altri neutroni che, a loro volta, continueranno a far dividere i nuclei di uranio dando luogo alla famosa 'reazione a catena nucleare'. Durante questo processo viene emessa radioattività ad alta intensità. Gli oggetti e i metalli esposti alle radiazioni diventano essi stessi radioattivi, ossia scorie radioattive. Le scorie dovranno essere stoccate per migliaia di anni fin quando non decade il livello di radioattività.
L'uranio è la materia prima delle centrali nucleari a fissione. La fissione nucleare dell’uranio permette di ottenere un’enorme quantità di energia da una piccola quantità di combustibile, con, a differenza del carbone o del petrolio, un' elevata riduzione di emissioni di anidride carbonica (principale causa dell'effetto serra) ; tuttavia c’è anche da considerare l’energia spesa per produrre il combustibile, costruire le centrali e farle funzionare; quindi smaltire le scorie e demolire i reattori alla fine del loro ciclo di vita. Certo è che anche le centrali di altro tipo hanno i loro costi.
Chi vuole può fare riferimento a due rapporti, che tentano di compilare un bilancio energetico delle centrali nucleari: Nuclear power – the energy balance di Jan Willem Storm van Leeuwen e Energy Analysis of Power Systems curato dalla World Nuclear Association.
Le maggiori obiezioni all’idea di nuove centrali nucleari, più che per la questione della reale convenienza economica/energetica di queste centrali, sono soprattutto questioni di sicurezza. Si fa spesso riferimento a Chernobyl, ma è opportuno constatare che il disastro di Chernobyl è stato un evento più unico che raro, causato dalla gestione dissennata di un reattore molto carente dal punto di vista della sicurezza. Non è quindi un termine di paragone valido per i reattori impiegati in Europa ed altre parti del mondo.
Probabilmente un mix di fonti energetiche sarebbe l'ideale; ma, per quel che ci riguarda, anche se l’Italia potrebbe tranquillamente utilizzare le energie alternative come eolico, solare, maree, idroelettrico e geotermico, purtroppo gli stessi che bloccano il nucleare sono gli stessi che bloccano le energie alternative!
Il problema è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto in questi giorni di gelo polare e incandescenti polemiche sulla forniture di gas russo. Un problema comune a tutta l'Europa, ma per noi assai più grave. Primo, perché consumiamo tanta energia quanto Turchia, Romania, Polonia e Austria messe insieme e poi perché dopo aver abbandonato il nucleare senza imboccare sul serio le strade alternative (i termo-valorizzatori no perché «sono cancro-valorizzatori», l'eolico no perché le pale sono brutte, il geotermico no perché provoca «disastri ambientali », i pannelli solari no perché «rovinano i panorami dei tetti delle nostre belle città»...) ci ritroviamo a dipendere per l'88%, direttamente o indirettamente, dall'estero.
Vogliamo continuare così? L’energia non piove dal cielo, bisogna pur produrla in qualche modo. E la storia dei brutti pannelli solari o delle pale eoliche antiestetiche, come se la natura fosse un critico d’arte, non è un fattore da considerare.
Siete mai stati in Danimarca o nel sud della Svezia? Le pale eoliche sono dappertutto e nessuno ha mai protestato. E così in Spagna ed in altri paesi in tutto il mondo, però insieme ed al pari del Nucleare, mai abbandonato nella maggioranza dei paesi industriali.
Quindi in definitiva è un problema ideologico, politico, della sfera dell’irrazionale che contamina quella razionale: possiamo fare mille post sui bilanci energetici delle varie tipologie di centrali, su cosa sia meglio dal punto di vista delle emissioni di CO2, ma questo non cambia ssolutamente nulla: perché le masse ragionano con la pancia!! Chi governa deve avere il coraggio di esercitare il potere datogli dal mandato elettorale, e quindi vada avanti con i suoi programmi energetici, alle prossime elezioni gli italiani valuteranno.